Che cosa può uno spazio - Veronica De Martin

Con un testo di Federica Campeotto e Veronica De Martin

Me ne sto qui davanti ad un lungo portico con alti portali abbozzati di pietra. Alle mie spalle una stradina sterrata circondata da una ricca vegetazione verdastra. Sono le 15 di una calda giornata di giugno. Di fronte, l’interno della cava Arcari è immerso nell’ombra. Rumori meravigliosi: passi, uccelli, lievi mormorii, nessuna automobile, nessun frastuono, solo di tanto in tanto, in lontananza, il cadere intermittente di gocce d’acqua. All’interno il buio prevale, assieme ai profumi di una natura umida e di pietra bagnata. Ogni rumore esterno viene meno, si percepisce ora il suono di questo spazio, la sua temperatura, la luce sulle cose. 

Colossali pilastri quadrangolari scandiscono l’alternanza di grandi sale e pozze d’acqua. In sottofondo, il gocciolio dell’acqua sulla pietra. Attorno, su ogni superficie, si apprezzano le caratteristiche del materiale: dalla struttura ricca di depositi, quali gusci, residui di conchiglie e altri organismi marini, fino alla sua particolare colorazione e porosità. È la Pietra di Vicenza.

All’interno di questo antico e spettacolare paesaggio si inserisce l’intervento di David Chipperfield. Una serie di piattaforme disposte a livelli diversi, collegate da gradini e rampe, si distinguono delicatamente dal resto del paesaggio. Ad emergere sono le tonalità biancastre delle lastre di pietra grazie all’illuminazione naturale che penetra dai grandi portali e i volumi lignei che fungono da sedute.

Pochi elementi quindi, in un’architettura che enfatizza la percezione di questo spazio, permettono di andare al di là del paradigma oculocentrico della nostra cultura. L’occhio collabora con gli altri sensi: i suoni, i profumi, la sensazione delle gocce d’acqua sulla pelle, sono importanti quanto il modo in cui le cose appaiono. Identifichiamo finalmente noi stessi con questo spazio, questo luogo, questo momento, e queste dimensioni diventano ingredienti della nostra esperienza più vera. Spazio, materia e tempo si fondono in un unico sentire che penetra la nostra coscienza.

Ma cos’è uno spazio se non il mezzo essenziale dell’architettura? L’architettura stessa può essere considerata tale ed è possibile solo nel momento in cui viene collocata in uno spazio. Allo stesso tempo lo spazio si compone di elementi: il vuoto, tutto ciò che sta intorno ad un’architettura, il paesaggio e l’opera architettonica stessa. E il corpo, in quanto strumento di misura, è l’elemento di connessione tra noi e l’opera.

Ogni esperienza percettiva implica gli atti del riconnettere, del ricordare e del confrontare. Una memoria corporea ha un ruolo essenziale, come base del ricordo di uno spazio o di un luogo. Noi trasferiamo tutti i luoghi che abbiamo conosciuto, nella memoria incarnata nel nostro corpo. Percezione, memoria e immaginazione interagiscono costantemente. È la percezione che ci permette di ricordare, di costruire una memoria episodica. Uno spazio può generare o attingere alle nostre memorie, siano esse date dal ricordo di una ruvida superficie, di un bagliore riflesso o di un rumore di sottofondo. Tutto collabora ed è percezione. Ma cosa di uno spazio ricordiamo più chiaramente? Spesso, direbbe Juhani Pallasmaa, è l’odore che ha.

 

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