“La Cappadocia e l’architettura della sottrazione” – Carlotta Di Sandro

Immaginate di camminare in sentieri scoscesi e di avere, come unico punto di appoggio, le rocce intorno a voi. Immaginate poi di perdere, per un istante, l’equilibrio. Immaginate la vostra reazione più spontanea: tendere le mani verso quelle rocce che, all’apparenza, sembrano essere un sostegno così solido. Immaginate il vostro stupore quando, con il solo sfiorare le dita sulle superfici intorno a voi, le vedete disfarsi in polvere e, con un minimo soffio di vento, percepite il loro fluttuare nell’aria tersa del paesaggio più surreale che abbiate mai visto. Immaginate di capire, all’improvviso, di trovarvi in un luogo che non conosce distinzioni: qui natura è architettura, architettura è natura. Immaginate ritmi lenti e atmosfere sospese: vi trovate dove non esiste né fretta ne frenesia, dove ogni cosa è il risultato dello scorrere, lento, del tempo.
Immaginate di essere in Cappadocia, terra di mezzo tra Mesopotamia e Asia Minore, lungo la Via della Seta.

Dobbiamo percorrere circa 60 milioni di anni per arrivare al momento in cui si formò, nell’Anatolia meridionale, la catena montuosa del Tauro. Le eruzioni di numerosi vulcani contribuirono a ridisegnare la morfologia di questo lembo di terra: il magma s’insinuò tra le depressioni montane e la regione si trasformò in un altopiano. Le azioni erosive del vento, dei fiumi e della pioggia fecero il resto, levigando le cime e scolpendo quelle che oggi sono le innumerevoli valli della Cappadocia.
La qualità disomogenea del terreno, che spesso mescola il tufo friabile a rocce resistenti, dà vita ad una formazione geologica particolarissima, caratterizzata da coni e pinnacoli alti fino a 30 m. Talvolta queste formazioni insolite sono sormontate da blocchi di roccia dura meno sensibili all’azione esogena e disgregatrice: è così che si formano i “camini delle fate”. Con lo scorrere del tempo alcuni camini perdono la capacità di sorreggere il proprio blocco sommitale che, staccandosi, lascia che i camini raggiungano forme geometriche semiperfette grazie all’azione atmosferica.

Infine la mano dell’uomo, qui rispettosa e attenta, ha dato il tocco finale a questa terra unica al mondo, aggiungendo bellezza all’intreccio creativo tra tempo e natura. Ha così generato quella che potremmo definire “architettura di sottrazione”.
L’uomo si è dimostrato capace di antropizzare questo ambiente in maniera peculiare e molteplice: la complessità urbanistica è notevole, così come la diffusione sul territorio, la varietà d’impiego e l’arco temporale interessato. Si delinea quindi un percorso storico complesso e involuto, sostanzialmente privo di certezza cronologiche, di chiari rapporti causa-effetto legati alle ragioni di insediamento. Con uno sguardo più attento è semplice notare come la tecnica costruttiva/sottrattiva utilizzata sia in realtà la soluzione migliore per un tale contesto; l’uomo ha preferito, nella maggior parte dei casi, ricavare edifici sfruttando conformazioni naturali piuttosto che edificare fuori terra. L’antropizzazione ha saputo adattarsi alla variabilità del terreno e delle risorse a disposizione: il risultato consiste in strutture e agglomerati organizzati in sistemi urbani complessi che possono essere identificati come città sotterranee, villaggi a parete e villaggi a coni.

Ora che conoscete l’origine di tutto ciò immaginate di sorvolare il cielo della Cappadocia. Immaginate di imbattervi in aperture isolate e altissime. Immaginate disegni rupestri in luoghi impossibili da raggiungere. Immaginate che il vostro sguardo cada così su innumerevoli domande che, qui, difficilmente troveranno risposta.

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