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FOTOGRAFIA DELL'ARCHITETTURA

“Gibellina, un paese, tre vite” – Michele Biccari

Una storia di tragedie, di rinascite, di sperimentazioni, e anche di scontri.

Siamo in Sicilia, Valle del Belìce. Paesaggio collinare, tutt’altro che lussureggiante: sparsi olivastri, qualche piccolo sughereto, diffuse macchie verdi di giovani vigneti.

Nessuna traccia del passaggio della civiltà greca che, non lontano, ha lasciato splendidi esempi a Selinunte e Segesta.

Oggi si ha la visione di una terra trasformata dal lavoro, dal sudore dei contadini; una terra che, nonostante tutto, rimane ancora sostanzialmente povera.

In questo luogo, con grande sorpresa e stupore colpisce il “Cretto di Burri” che, come un bianco lenzuolo copre la memoria, la storia e la presenza di quella civiltà contadina, vittima recente della violenza devastante della natura.

Una notte del Gennaio del ‘68 un violento, improvviso evento sismico distrusse la cittadina. Nulla rimase in piedi; solo rovine, macerie e pianto.

Leonardo Sciascia, qualche anno dopo, scrisse: “Ricordo le macerie, il fango, l’oscurità il battere della pioggia sulle tende, la febbre negli occhi dei sopravvissuti…”.

L’ immenso lenzuolo appare ora disteso a coprire i resti della vecchia Gibellina per cancellarne la memoria senza distruggerne la presenza. Contro ogni legge della fisica, la greve, labirintica, cementizia struttura del “Cretto” sembra lievitare nella silenziosa valle.

Come ripartire da una tale catastrofe? Come dare nuova speranza a coloro che persero tutto, ogni affetto, ogni bene, ogni ragione di vivere? Come riformare una identità cittadina perduta sotto le macerie delle umili e fragili abitazioni?

Il sindaco di allora, Ludovico Corrao, non aveva dubbi: la ricostruzione sarebbe avvenuta, non sulla memoria di un modesto passato, ma nella speranza di un diverso futuro all’insegna dell’arte, della cultura, della poesia.

Con questi intenti ebbe inizio la costruzione della Nuova Gibellina.

Grandi architetti, urbanisti e artisti ne fecero il campo delle loro sperimentazioni, non senza difficoltà organizzative ed economiche e conseguenti ritardi. Nuova e diversa: altro sito, distante circa 15 Km; altra concezione urbanistica; nuova e moderna architettura arricchita da importanti opere scultoree.

La nuova città divenne così un vero museo en plein air: alle sue porte svetta ancora oggi imponente la “Stella del Belice”, con i suoi 26 metri di altezza. Subito si ha la sensazione di trovarsi in un luogo certamente particolare, forse unico. Si cammina tra sculture sovradimensionate e moderni esperimenti architettonici. Particolare attenzione destano gli unici frammenti della “Città Frontale” teorizzata da Pietro Consagra: il “Meeting”, spazio multifunzionale della città, ed il “Teatro Frontale”, immensa opera in cemento armato rimasta incompiuta.

Ogni manufatto, dalle ampie e solitarie strade alle grandi opere plastiche, appare fuori scala.

La ricostruzione ha forse funzionato? La vita cittadina ha ritrovato la vivacità e l’armonia di un tempo? Vi sono pareri discordanti. I più concordano che la vecchia identità, specie nei rapporti umani di serena convivenza, è stata perduta; nella Nuova Gibellina, una identità altra è stata acquisita.

Da paese di contadini, fatto di case in tufo, tetti di canne, tegole di argilla, popolata da abitanti poveri ma dotati di una dimensione identitaria ben definita, Gibellina era rinata e si era tramutata in città d’arte.

Tuttavia la vita della Gibellina Contemporanea non brilla per vivacità, fervore, iniziative culturali, cura delle vecchie tradizioni cittadine. Come in molti altri comuni italiani l’emigrazione, la fuga verso centri più promettenti, ha svuotato il nuovo centro urbano della vitalità e delle iniziative di giovani energie.

Le strade e le piazze sono deserte, quasi spettrali; il silenzio, assordante.

C’era una volta Gibellina Vecchia, con strade strette ed irregolari, la piazza con la Chiesa, le case fatiscenti addossate quasi a reciproco sostegno.

C’era una volta Gibellina Nuova, con strade larghe e regolari, tante piazze e musei, l’entusiasmo di ripartire.

C’è oggi una città decadente. La Gibellina Contemporanea sta morendo…

Ascolta l’intervista 

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