Le sculture del tempo - Alessandro Tempestini

Quando arrivai a Milano dal Veneto mi fu subito chiaro che avrei avuto difficoltà ad identificare un luogo che fosse abitazione, punto fisso. Trovavo assurdo non riuscire quasi mai a scorgere la linea dell’orizzonte o a capire dove tramontasse il sole. Cercavo di uscire dalla città con la bicicletta, ma trovavo solo chilometri e chilometri di fabbriche, casermoni, strade zeppe di auto. La mia esplorazione cominciò a farsi sempre più fitta ed estesa. Ogni giorno libero lo passavo ai limiti estremi della città, osservando paesini fagocitati dall’urbanizzazione, campagne cannibalizzate, rovine di cascine. 

Nel periurbano milanese cercavo forme comuni che ricordassero la mia terra d’origine: una provincia estesa, dove la parola che regna è dispersione. Tentavo di isolare soggetti in un ambiente estremamente saturo. Milano è molto densa e al suo interno è difficile individuare quei goffi animali urbani, provenienti da altre epoche, che si mimetizzano nella pianura padana, habitat ormai estraneo alla metropoli milanese. Bestie che pascolano libere nei campi e che sono chiaramente in contrasto con la realtà attuale che le circonda. La loro presenza da un tempo tanto lungo le rende difficilmente visibili alla folla. Si distinguono, ma contemporaneamente costruiscono e popolano la provincia, un luogo metafisico nella sua normalità.