“Sulla fotografia” – Susan Sontag

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“Realtà e immagine nella nostra società”

UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

“Sulla fotografia” è una raccolta di riflessioni inizialmente scritte nella forma di saggi pubblicati su ‘‘The New York Review of Books’’, successivamente uniti, ricapitolati e ampliati al fine di creare un’unica opera letteraria pubblicata nel 1977. Susan Sontag affronta vari argomenti spaziando tra filosofia, politica, letteratura, storia, arte e tecnologia ricollegandosi sempre al grande tema della fotografia e spostandosi in diverse aree geografiche e momenti storici senza soluzione di continuità.
Attraverso salti temporali e spaziali analizza a fondo diverse questioni tra cui il rapporto della fotografia con il cinema, l’informazione, i viaggi, la storia, la pittura, la scrittura, la bellezza, la perversione, l’individuo, la realtà. La rilettura storica che propone è incredibilmente affascinante, affronta alcuni importantissimi eventi – proposti e riproposti sempre nello stesso modo dalle istituzioni attraverso i testi scolastici – rapportandoli al mezzo fotografico e spiegando che la loro comprensione è profondamente legata a come questi sono stati comunicati al mondo. Potrebbero esserne un esempio le fotografie della guerra del Vietnam e quella di Corea, dimostrazione secondo l’autrice che la fotografia possa suscitare un effetto morale nel popolo solo se esiste già una pertinente coscienza politica.

Il libro è pieno di riferimenti a tantissimi fotografi – Evans, Lange, Abbot, Stieglitz, Hine, Whitman, Arbus, Lartigue, Frank, Hine, Adams, Sander, Atget, Abbot, Man, Weston, Strand e molti altri – ma risulta privo di fotografie: un lettore impreparato lo potrebbe trovare indecifrabile e non riuscendo a collegare i nomi alle opere, non comprendere neanche una parola del discorso della scrittrice. Approfondisce alcune di queste personalità per metterle poi a confronto e spiegarci attraverso le testimonianze scritte e visive alcune fondamentali questioni che hanno caratterizzato la fotografia dalla sua nascita fino agli anni in cui scrive.

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L’AUTORE

Susan Sontag nasce a New York nel 1933 in una famiglia di ebrei americani. Studia filosofia nell’università di Berkeley, prende una seconda laurea in storia all’Università di Chicago, e una terza in letteratura inglese alla Harvard University. Dopo gli studi in Europa si trasferisce nuovamente in America, inizialmente lavora come saggista freelance per poi insegnare letteratura e filosofia in diverse università americane. Lascia infine il lavoro di insegnante per dedicarsi unicamente alla ricerca grazie alle varie borse di studio vinte negli anni. Susan Sontag si sposa a soli 17 anni con Philip Rief, dal quale si separa dopo otto anni per intraprendere una relazione con la fotografa Annie Leibovitz, durata fino alla sua morte, avvenuta nel 2004 a Parigi a causa di una forma di leucemia. Ha scritto numerosi saggi, romanzi e racconti che affrontano argomenti molto diversi tra loro. Ricordiamo tra questi “Il benefattore” (1965), “Contro l’interpretazione” (1967), e “L’Aids e le sue metafore” (1989). Susan Sontag si è brillantemente affermata come critica, scrittrice e filosofa sia nel panorama europeo che in quello americano della seconda metà del’900.

INDICE

Nella grotta di Platone

L’America vista nello specchio scuro della fotografia

Oggetti melanconici

L’eroismo della visione

Vangeli fotografici

Il mondo dell’immagine

Breve antologia di citazioni

PICCOLI ESTRATTI

“Alcuni fotografi si pongono come scienziati, altri come moralisti. Gli scienziati fanno un inventario del mondo, i moralisti si concentrano sui casi difficili. Un esempio di fotografia come scienza è il progetto varato da August Sander nel 1911: un catalogo fotografico del popolo tedesco. […] La visione di Sanders non è crudele: è permissiva, non intende giudicare. […] Sanders non cercava segreti: osservava ciò che era tipico. Nella società non c’è niente di misterioso.”

“Le fotografie, anche se scrofolose, annerite, macchiate, spiegazzate o sbiadite continuano ad essere belle: spesso lo sono ancora di più.(In questo, come in altri sensi, l’arte a cui la fotografia assomiglia di più è l’architettura, le cui opere sono soggette alla medesima inesorabile promozione dal trascorrere del tempo: molti edifici e non soltanto il Partenone, sono probabilmente più belli una volta ridotti a ruderi.”

“I primi fotografi parlavano come se la macchina fotografica fosse soltanto una copiatrice; come se, anche se erano persone che la facevano funzionare, fosse la macchina stessa a vedere. L’invenzione della fotografia fu accolta con favore come mezzo per alleviare il peso delle informazioni e delle impressioni sensoriali che si andavano sempre più accumulando. […] Si riteneva che il fotografo fosse un osservatore acuto, ma imparziale; no scrivano, non un poeta. Ma quando la gente scoprì, e non le ci volle molto, che nessuno fotografa nello stesso modo una stessa cosa, l’ipotesi che le macchine fornissero un’immagine impersonale e oggettiva dovette cedere al fatto che le fotografie non attestavano soltanto ciò che c’è, ma ciò che un individuo ci vede, che non sono soltanto un documento, ma una valutazione del mondo.”

“La fotografia è acquisizione in varie forme. Nella più semplice, abbiamo in una fotografia il possesso per sostituzione di una persona o di una cosa cara, possesso che conferisce in parte alle fotografie un carattere di oggetti unici. Attraverso le fotografie, abbiamo inoltre un rapporto da consumatori con gli eventi, sia quelli che sono parte della nostra esperienza, sia quelli che non lo sono, secondo una distinzione tra tipi di esperienza offuscata da questo consumismo assuefativo. Una terza forma d’acquisizione consiste nelle possibilità di acquisire qualcosa – attraverso macchine che fabbricano o duplicano immagini – come conoscenza anziché come esperienza.”

“L’ultima ragione del bisogno di fotografare tutto è nella logica stessa dei consumi. Consumare significa bruciare, esaurire, e postula quindi una necessaria reintegrazione. Man mano che facciamo e consumiamo immagini, abbiamo bisogno di altre immagini e di altre ancora. Ma le immagini non sono un tesoro per impadronirsi del quale occorra è perlustrare il mondo; sono esattamente ciò che abbiamo a disposizione ovunque si posi il nostro occhio.”