“Silenzi eloquenti” – Carlos Martí Arís

Share on facebook
Share on whatsapp
Share on twitter
Share on linkedin
Share on telegram
Share on email

UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

Nel libro “Silenzi eloquenti” di Carlos Martí Arís sono analizzati cinque autori che hanno coltivato la poetica del silenzio nel bel mezzo del caos del XX secolo: Luis Borge, Ludwing Mie van Der Rohe, Yasuhiro Ozu, Mark Rothko e Jorge Oteiza. Sono maestri di discipline molto diverse tra loro, in ordine: uno scrittore, un architetto, un regista, un pittore e uno scultore… eppure l’autore li associa per una particolare questione comune a tutti: il sistematico rifiuto della concezione dell’opera come una aggressione dei sensi, come una realizzazione mirata allo stupore e allo sbalordimento dello spettatore.

Questo stupire per assoggettare viene negato nell’ottica di un lavoro frutto dell’introspezione e della contemplazione dell’arte e del mondo, nel tentativo di svelare i segreti dell’universo. La differenza fondamentale tra questi due poli opposti (aggressione-contemplazione) sta nella infinita distanza tra le urla alla ricerca della fama e ciò che l’autore chiama eclissi del linguaggio.

Risultano particolarmente interessanti per i lettori fotografi e architetti due di questi personaggi: Mies e Ozu.

Mies risulta interessante per l’architettura dal punto di vista linguistico. Egli è come sappiamo capace di citare il passato, rimuovere il superfluo e riconnettersi al contemporaneo tramite l’astrazione, tutto ciò con incredibile chiarezza. Da qualsiasi sua affermazione, vocale o scritta, emerge chiaramente l’ultrapersonalità alla quale fa riferimento, in particolare nel testo ‘Il tempo nuovo’ che viene citato e riportato nel libro.

Ozu risulta interessante in particolare per la fotografia dei suoi film. Sbaragliando gli schemi e le regole sceglie un punto di vista che rimane lo stesso in quasi tutta la sua produzione: la camera rimane fissa ad un’altezza di circa 70 cm da terra, esattamente il punto di vista di una persona seduta su un tatami. Un altro elemento caratterizzante il suo cinema, che viene sottolineato dall’autore, è la presenza dei ‘piani vuoti’. Sono forti pause visive che sfiorano il limite tra film e fotografia, dove vengono solitamente ripresi interni o nature morte. Non si tratta di scene che semplicemente trasmettono piacere estetico-compositivo, ma ci permettono di soffermarci e di accentuare i sentimenti che il film suscita durante il suo scorrimento. Probabilmente è per questi motivi che intitola il capitolo Arís ‘Le tracce dell’assente’.

Attraverso profonde riflessioni, citazioni e immagini evocative Carlos Martí Arís ci aiuta ad unire i puntini attraverso il tempo, lo spazio e le discipline.

– Se ha già iniziato ad incuriosirti ecco qui il link diretto per Amazon – 

AUTORE

Carlos Martí Arís nasce nel 1948 a Barcellona, si laurea presso la Scuola di Architettura di Barcellona (ESTAB) e dal 1976 insegna presso il Dipartimento di Progettazione Architettonica dell’Università Politecnica della Catalogna. È stato co-founder e vicedirettore della rivista 2c ‘Construcciòn de la Ciudad’ per tutto il suo ciclo vitale (1972-1985). È autore, tra gli altri, dei libri “Le variazioni di identità”e “La cèntina e l’arco”, ha portato avanti attraverso i suoi scritti, i suoi progetti e le sue conferenze una vasta riflessione concettuale sui temi centrali dell’architettura. Oggi è il direttore della collana Arquitesis.

INDICE

Introduzione

PARTE PRIMA

Borges nel suo labirinto

La tradizione moderna

Mies van der Rohe: la chiarezza come obiettivo

Eclissi del linguaggio

Ozu e le tracce dell’istante

Le illusioni delo Zeitgeist

Rothko ed il carattere sacro dell’arte

Linguaggio e silenzio

Oteiza o la costruzione del vuoto

Il rumore, il silenzio, la parola

PARTE SECONA

Astrazione in architettura: una definizione

Interno vuoto

Eladio Dieste e la chiesa di Durazno

Il fondo di ghiaia

Granai della memoria

Arne Jacobsen: elogio della prosa

PICCOLI ESTRATTI

Introduzione di Simona Pierini che si conclude con questa frase ‘Questo è un libro anche di architettura, non solo d’architettura, è vero; ma forse l’architettura non è sempre qualcosa di più che architettura?’

“A volte il silenzio non è che un atto di resa o d’abbandono espresso in forma di sfida ironica. Altre volte, nelle rare occasioni in cui si spinge oltre il linguaggio, il silenzio diventa il luogo dove nasce l’arte. Il silenzio è dunque una sorta di sorgente nascosta dalla quale possono sgorgare, con naturalità, le acque del significato.”

“Ogni volta che l’arte ritorna a essere autoreferente e non si sottomette all’istinto della pura emotività, si alza il coro delle voci dell’inquisizione dei sentimenti, che l’accusa di intellettualismo; come se la superiorità etica del cuore sull’intelletto fosse evidente. Tuttavia, se c’è qualcosa che caratterizza la migliore arte del ventesimo secolo, è proprio la necessità di riflettere su se stessa e di fondare l’elaborazione dell’oggetto artistico su basi generali e intelligibili.”

“L’avanguardia in quanto tale, non può, infatti, continuare in eterno: non può prolungare indefinitamente lo stato di eccitazione innovatrice che impone a sé stessa. […] Questo comincia a risultare chiaro, già alla fine degli anni Trenta, ad una ristretta cerchia di persone. É il momento in cui gli artisti di maggior intuito capiscono che l’atteggiamento estetico dell’avanguardia comincia a perder valore, che l’innovazione in sé non è più una garanzia di legittimità artistica e che la ricerca del nuovo e dell’insolito non rappresenta necessariamente un passo avanti nella conoscenza.”

“Tutto questo diventa evidente analizzando le opere di Mies. Il suo primo obiettivo è la chiarezza. Nelle sue opere non c’è alcuna complicazione, bensì una notevole complessità determinata dal fatto che gli elementi sono coordinati e in relazione tra loro senza confondersi, e mantengono la propria identità e riconoscibilità durante l’intero processo.”

“In questo caso, si impone una strategia che potremmo definire eclissi del linguaggio, che consiste nel frapporre un filtro o una velatura che eviti al linguaggio di accecarci impedendoci di vedere altre luci; si produce così un congelamento della forma che attenua la tendenza del linguaggio a uscire dai limiti e quindi ad eccedere. Tuttavia, sottomesso a questo rigoroso autocontrollo, il linguaggio non si annulla né si sminuisce. È eclissato, non spento, e la sua luce ci arriva, quindi, in modo indiretto, riflesso: le cose acquistano rilievo e lasciano apparire sfumature impreviste, la profondità della percezione si accentua. Solo così, il linguaggio non ci cattura nella sua ragnatela ma, finalmente terso e trasparente, si fa il transitivo e guida i nostri passi verso ciò che è oltre il linguaggio.