“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” – Walter Benjamin

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UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” è un saggio scritto da Walter Benjamin a più riprese: esistono cinque diverse versioni che differiscono per aggiunta o rimozione di capitoli, note o paragrafi. La prima edizione risale a settembre 1935, l’ultima ad agosto 1936.

L’argomento principale affrontato all’interno del saggio è il problema è postosi con la nascita di alcune nuove tecnologie durante la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Esse hanno segnato una nuova epoca – quella della riproducibilità tecnica – e  cambieranno radicalmente sia la concezione di arte e sia la percezione della stessa (vengono indagati anche gli effetti di questo cambiamento sulla politica, sull’economia, sui rapporti sociali e sui comportamenti umani ma non saranno qui oggetto di discussione).

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Alcune delle riflessioni più interessanti in questo specifico ambito sono:

Il concetto di aura. Essa è ciò che rende una opera d’arte tale, rappresenta la sua autenticità. L’essenza di quest’ultima è definita dal suo hic et nunc (dal latino ‘qui ed ora’), la sua esistenza unica nel luogo in cui si trova: la storia che la caratterizza, a partire dal deperimento fisico fino ai cambiamenti di possesso. Nell’epoca della riproducibilità tecnica è proprio l’aura ad essere persa, sembra quasi dividersi in tante piccole parti quante sono le copie poiché ognuna di essere avrà il suo hic e nunc, la sua autenticità. Ed ecco che il problema diventa tautologico poiché il concetto di copia autentica non ha alcun senso in questo discorso.

Valore espositivo e valore cultuale, due poli opposti tra i quali oscilla l’opera d’arte, che anticamente è più vicina al primo, poiché nasce per una ragione magica e poi religiosa -basti pensare all’arte rupestre nelle caverne che non è nata di certo per essere esposta agli altri membri della tribù, o alle enormi statue nelle celle dei templi greci alle quali aveva accesso unicamente il sacerdote. Con l’avvento della fotografia l’equilibrio si sposta drasticamente verso il polo opposto e diventa incredibilmente evidente con la nascita del film: la prima opera d’arte nata specificatamente per essere esposta e riprodotta. All’inizio il passaggio da espositivo a cultuale è lento poiché le prime fotografie sono tipicamente ritratti che conservano con il tempo il valore cultuale dei parenti lontani o defunti. Eugene Atget è il primo a fotografare ‘scene del delitto’, scorci di città senza persone, ed è con lui che l’equilibrio si sposta definitivamente verso l’esponibilità dell’opera d’arte riprodotta tecnicamente.

La perfettibilità dell’opera d’arte e il cinema, concetto facilmente comprensibile pensando al film. Il film è l’opera d’arte più perfettibile poiché ogni scena può essere girata infinite volte. Grazie alle magie del montaggio l’insieme di questi tagli può essere sistemato nella maniera più interessante e artistica possibile. A questa arte perfettibile si contrappone quella d’un sol pezzo, ovvero quelle opere d’arte che non hanno la possibilità di essere modificate, aggiustate e rifatte all’infinito. Poiché queste ultime non sono perfettibili né riproducibili in quanto prodotte in un periodo nel quale la tecnica è caratterizzata da forti limiti – l’esempio riportato è l’arte greca e in particolare quella plastica – esse devono necessariamente trasmettere valori eterni. Ed è così che Benjamin spiega la decadenza dell’arte plastica che caratterizza la sua contemporaneità, intimamente legata alla possibilità di miglioramento e montaggio (l’epoca dell’opera d’arte montabile).

 

L’AUTORE

Walter Benjamin nasce a Berlino nel 1892, si laurea nel 1919 in filosofia con una tesi su ll concetto di critica nel primo romanticismo tedesco.  Egli è stato un filosofo e uno scrittore molto attivo tra il 1920 e il 1940. Ha conosciuto ed interagito con altre grandi e piccole figure del XX secolo con cui ha portato avanti le sue ricerche filosofiche. È autore, tra gli altri, dei seguenti scritti: “Infanzia berlinese”, “I passages”, e “Piccola storia della fotografia”. Quando nel 1940 Parigi, città dove in quell’anno viveva, è occupata dai tedeschi tenta di scappare in Spagna poiché preoccupato per le sue origini ebree, nella speranza di imbarcarsi verso gli USA. Viene bloccato alla frontiera con la Spagna e preso dal panico si suicida pur di non finire nelle mani dei nazisti. La sua opera ha influenzato i più grandi filosofi e pensatori del XX e XXI secolo.

INDICE

I Modern Times di Benjamin

Breve storia del saggio di Benjamin sull’opera d’arte

Prima Versione

Seconda Versione

Terza Versione

Quarta Versione

Quinta Versione

PICCOLI ESTRATTI

Da I Modern Times di Benjamin “Il primo paradosso che dovrebbe considerare il lettore accingendosi alla lettura o alla rilettura del saggio più celebre di Walter Benjamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica […] è che di questo saggio non esiste un’unica versione, bensì quattro versioni tedesche ed una francese, l’unica ad essere pubblicata durante la vita dell’autore.”

Dalla seconda versione: “L’opera d’arte è sempre stata in linea di principio riproducibile. Cose fatte da uomini hanno sempre potuto essere rifatte da uomini. Simili repliche venivano anche realizzate dagli allievi per esercitarsi nell’arte, dai maestri per diffondere le opere, infine da terzi avidi di guadagni. Rispetto a ciò la riproduzione tecnica dell’opera d’arte è qualcosa di nuovo, che si impone nella storia a ritmo intermittente, a ondate distanti l’una dall’altra, ma con intensità crescente. […] Con la fotografia la mano, nel processo di riproduzione di immagini, fu sgravata per la prima volta dalle più importanti incombenze artistiche, che da allora in poi spettarono unicamente all’occhio.”

Dalla quarta versione: “Ma non appena la figura umana tende a scomparire alla fotografia, il valore d’esposizione vi s’afferma come superiore rispetto al valore rituale. Il fatto di aver collocato questo processo nelle vie della Parigi del 1900, fotografandole deserte, costituisce tutta l’importanza delle foto di Atget. A ragione si è detto che le fotografava come un luogo del delitto. Il luogo del delitto è deserto. Lo si fotografa per rilevare degli indizi. All’interno dei processi storici, le foto di Atget assumono il valore di prove del reato.”  “Nella rappresentazione dell’immagine dell’uomo a opera dell’apparecchiatura, l’autoalienazione dell’uomo trova un utilizzo altamente produttivo. Sene misurerà tutta la portata nel fatto che il sentimento di estraneità dell’interprete di fronte all’obiettivo, descritto da Pirandello, ha la stessa origine del sentimento di estraneità dell’uomo di fronte alla propria immagine nello specchio – sentimento che i romantici amavano scandagliare. Ormai quest’immagine riflessa dell’uomo diviene separabile da lui, trasportabile, e dove? Di fronte alla massa. Certamente, l’interprete sullo schermo non cessa un istante di averne coscienza.”

Dalla quinta versione: “Se già in precedenza tanto inutile e acume era stato impiegato per risolvere la questione se la fotografia fosse un’arte – senza essersi posti la domanda preliminare, se con l’invenzione della fotografia non si fosse trasformato il carattere complessivo dell’arte -, così ben presto i teorici del film assunsero l’analoga precipitosa questione”