“Lo zen e il tiro con l’arco” – Eugen Herrigel

Share on facebook
Share on whatsapp
Share on twitter
Share on linkedin
Share on telegram
Share on email

UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

Il libro “Lo zen e il tiro con l’arco” è una breve testimonianza autobiografica, scritta dal professore tedesco di filosofia Eugen Herrigel, del lento e complicato processo di avvicinamento alla Grande Dottrina attraverso la pratica del tiro con l’arco. Herrigel durante il suo soggiorno in Giappone, dove si reca per insegnare nell’Università Imperiale di Sendai, viene toccato dallo spirito Zen… Ma cosa c’entra tutto questo con la fotografia?

– Se ha già iniziato ad incuriosirti ecco qui il link diretto per Amazon – 

Il libro non parla di fotografia, eppure azzardiamo qui alcuni paragoni tra questa disciplina e quella del tiro con l’arco. Il punto di partenza è certamente il forte parallelismo tra arciere-arco-bersaglio e fotografo-macchina-soggetto. Inoltre, dovrebbe farci riflettere l’idea, incontrata in molti dei testi proposti all’interno di questa rubrica, di fotografare sé stessi anche e soprattutto se non si è all’interno della scena, poiché, inevitabilmente, nella fotografia rimane intrappolato qualcosa del fotografo, ma non solo: l’idea che il fotografo non fa altro che continuare a fotografare sé stesso pur inquadrando continuamente il mondo esterno ci appare incredibilmente vicina all’arciere che mirando a sé stesso centra il bersaglio. Inoltre, l’idea di ritornare bambini ed agire spontaneamente è un principio che ritroviamo in alcune esperienze fotografiche, tra cui in primis sicuramente la ricerca portata avanti da Marina Ballo. Infine, la dicotomia tra arte e intenzionalità: l’opera d’arte è veramente tale solo quando priva di scopo ed utilità? Secondo il Maestro Zen questo è certo.

L’AUTORE

Eugene Herrigel nasce nel 1884 in Lichtenau, Germania. Si laurea in filosofia e ben presto diventa professore universitario. Nel 1924 – nel pieno dei terremoti politici della Germania degli anni ‘20 – viene invitato dalla Università Imperiale di Sendai, in Giappone, ad insegnare Storia della Filosofia. Il suo percorso diventa unico quando decide di avvicinarsi alla Dottrina dello Zen: grazie al Maestro Awa Kenzô impara l’arte del tiro con l’arco. Attraverso i suoi scritti su questa mistica esperienza di cinque lunghi anni – tornerà infatti ad insegnare in Germania nel 1929 presso l’Università di Erlangen – contribuisce alla diffusione culturale del Buddismo Zen in Europa. Herrigel muore nel 1955, egli è stato, oltre che un grande filosofo, un esperto di kyūdō, il tiro con l’arco giapponese.

INDICE

Introduzione di Daisetz T. Suzuki

Lo zen e il tiro con l’arco

PICCOLI ESTRATTI

“E così, per ‘arte’ del tiro con l’arco egli non intende una abilità sportiva raggiunta più o meno compiutamente attraverso un esercizio in prevalenza fisico, ma una capacità acquistata attraverso esercizi spirituali e che mira a colpire un bersaglio spirituale: così dunque che l’arciere, in fondo, prenda di mira e arrivi a cogliere sé stesso.”

“Perché per essi la lotta consiste nel fatto che il tiratore mira a sé stesso – eppure non a sé stesso – e ciò facendo forse coglie sé stesso – e anche qui non sé stesso – e così è insieme miratore e bersaglio, colui che colpisce e colui che viene colpito. Oppure per servirmi di espressioni care a quei maestri, bisogna che l’arciere, pur operando, diventi un immobile centro.”

“Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell’impossibile — questo stato interamente libero da intenzioni, dall’Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale»”.

“«La vera arte» esclamò allora il Maestro «è senza scopo, senza intenzione! Quanto più lei si ostinerà a voler imparare a far partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno le riuscirà l’una cosa, tanto più si allontanerà l’altra. Le è d’ostacolo una volontà troppo volitiva. Lei pensa che ciò che non fa non avvenga».”