“La società dello spettacolo” – Guy Debord

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UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

“La società dello spettacolo” è un libro scritto nel 1967 da Guy Debord. Il testo, tortuoso e a volte oscuro, è organizzato in 221 piccole tesi suddivide in 9 capitoli.

Il lettore imbattutosi in questa rubrica potrebbe chiedersi ancora una volta che cosa diavolo c’entrano la società e lo spettacolo con la fotografia di architettura. La risposta alla domanda è molto semplice: seppur vero che il libro tratta una vastità di argomenti non necessariamente correlati alla fotografia e all’architettura (religione, economia, merce, politica e tanti altri), sicuramente la tesi centrale espressa da Debord – sbalorditivamente attuale se pensiamo a quando è stato scritto il libro – ruota attorno all’influenza dei mass media sulla società, concentrandosi in particolar modo sulle immagini e su come queste – organizzate e divulgate secondo un ordine spettacolare – siano arrivate a modificare pesantemente, tra le altre cose, i rapporti sociali. Ritengo perciò che possa essere interessante per i fotografi e gli appassionati di questa materia riflettere sugli usi, sulle modalità e sulle conseguenze o implicazioni della divulgazione e promozione delle immagini. Inoltre, mi chiedo che cosa avrebbe scritto Debord (se già nel 1967 sentiva così tanto l’influenza delle immagini, ai tempi divulgate esclusivamente dai giornali e dalle televisioni) della tempesta mediatica alla quale siamo quotidianamente sottoposti oggi attraverso smartphone e computer. 

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Qui di seguito sono analizzati due concetti che riteniamo particolarmente interessanti:

– Il concetto di spettacolo e di società dello spettacolo, si caratterizzano per la loro incredibile contemporaneità rispetto ai riferimenti di Debord sull’alienazione sociale e il capitalismo (Marx, Hegel e Feuerbach). Profeticamente ne individua la vera causa nei media – indipendentemente dall’esistenza o meno di un padrone opprimente – andando così a determinare l’inizio di una nuova epoca, di una nuova società, quella, appunto, dello spettacolo. Le conseguenze di questo bombardamento sono l’assoggettamento inconsapevole e la passività latente che, a tratti, sembrano fare rifermento alle ore passate a scorrere le Stories di Instagram o a scrollare la Home di di Facebook – entrambe piene di contenuti spettacolari.

– Le immagini come media dello spettacolo nei rapporti sociali sono il punto cruciale del discorso: il problema non sono né i media, né la spettacolarità delle immagini in sé; ma il fatto che questi interferiscono con la sfera della coscienza e della consapevolezza, infiltrandosi e andando a distorcere la natura dei rapporti umani e sociali, dei pensieri e delle idee. Lo spettacolo diventa così il tipo di rapporto, il tipo di idea, il tipo di relazione tra l’individuo e l’altro. La migliore rappresentazione dello spettacolo sono le immagini, che grazie alla loro illusoria natura veritiera convincono l’osservatore di guardare una realtà che è stata manipolata per un determinato obiettivo (si pensi ad esempio alle pubblicità dei prodotti, in tal caso l’obiettivo è vendere). Lo spettatore è quindi vittima di un flusso di immagini che ha ormai sostituito la realtà, in qualsiasi sua sfaccettatura. 

L’AUTORE

Guy Debord nasce a Parigi nel 1931, frequenta il liceo a Cannes e inizia subito l’attività letteraria all’interno dei movimenti d’avanguardia. A soli 21 anni fonda l’Internazionale Letterista da cui si separa polemicamente per fondare nel 1957 quello Situazionista, le cui parole e pratiche hanno molta risonanza durante i moti del ’68, così come le teorie elaborate in “La società dello spettacolo”, pubblicato nel 1967. Egli realizza inoltre una serie di lungometraggi e cortometraggi che avranno però meno successo dei suoi scritti. Debord muore suicida nel 1994, egli è stato un importante filosofo, sociologo e cineasta francese.

INDICE

Introduzione di Pasquale Stanziale

Prefazione alla quarta edizione italiana

Avvertenza alla terza edizione francese

  1. La divisione perfetta
  2. La merce come spettacolo
  3.  Unità e divisione nell’apparenza
  4. Il proletariato come soggetto e come rappresentazione
  5. Tempo e storia
  6. Il tempo spettacolare
  7. La configurazione del territorio
  8. La negazione e il consumo nella cultura
  9. L’ideologia materializzata

Appendici

PICCOLI ESTRATTI

“1. L’intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione.”

“4. Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini.”

“10. Il concetto di spettacolo unifica e spiega una gran diversità di fenomeni apparenti. Le loro diversità e i loro contrasti sono le apparenze di questa apparenza socialmente organizzata che dev’essere essa stessa riconosciuta nella propria verità generale. Considerato secondo i suoi vari termini, lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza e l’affermazione di ogni vita umana, cioè sociale come semplice apparenza. Ma la critica, che coglie la verità dello spettacolo, lo scopre come la negazione visibile della vita; come negazione della vita che è divenuta visibile.”

“153. Il tempo pseudociclico consumabile è il tempo spettacolare, sia come tempo del consumo di immagini in senso stretto, sia come immagine del consumo del tempo, in tutta la sua estensione. Il tempo del consumo di immagini, medium di tutte le merci, è inseparabilmente il campo in cui si esercitano in pieno gli strumenti dello spettacolo, e lo scopo che questi presentano globalmente, come luogo e come figura centrale di tutti i consumi particolari: si sa che il risparmio di tempo costantemente ricercato dalla società moderna – che si tratti della velocità dei trasporti o dell’uso delle minestre in sacchetto- si traducono positivamente per la popolazione degli Stati Uniti nel fatto che la sola contemplazione della televisione la occupa in media fra le tre e le sei ore al giorno. L’immagine sociale del consumo del tempo, da parte sua, è esclusivamente dominata dai momenti di svago e di vacanza, momenti rappresentati a distanza e desiderabili per postulato, come ogni merce spettacolare. Questa merce è qui esplicitamente data come il momento della vita reale, di cui si tratta di attendere il ritorno ciclico. Ma in questi stessi momenti assegnati alla vita, è ancora lo spettacolo che si dà a vedere e riprodurre, raggiungendo un grado più intenso. Ciò che è stato rappresentato come la vita reale si rivela semplicemente come la vita più realmente spettacolare.”

“167. Questa società che opprime la distanza geografica raccoglie interiormente la distanza, in quanto separazione spettacolare.”

“219. Lo spettacolo, che cancella i limiti dell’io e del mondo con l’annientamento dell’io, assediato dalla presenza-assenza del mondo, cancella ugualmente i limiti del vero e del falso con la rimozione di ogni verità vissuta sotto la presenza reale della falsità assicurata dall’organizzazione dell’apparenza. Chi subisce passivamente la propria sorte quotidianamente estranea è dunque spinto verso una follia che reagisce illusoriamente a questa sorte con il ricorso a tecniche magiche. Il riconoscimento e il consumo delle merci sono al centro di questa pseudorisposta ad una comunicazione senza risposta. Il bisogno di imitazione che prova il consumatore è precisamente il bisogno infantile, condizionato da tutti gli aspetti del suo spossessamento fondamentale. Secondo i termini che Gabel applica ad un livello patologico diverso, <>.”