“La matita della natura” – William Henry Fox Talbot

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UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

“La matita della natura” è il primo libro nella storia a trattare il tema della fotografia. Stampato a Londra nel lontano 1844 raccoglie le riflessioni, i pensieri, le idee e gli esperimenti condotti da William Henry Fox Talbot. Una lettura breve e rapida che fa comprendere nel profondo cosa significava nell’Ottocento cercare la formula perfetta per far sì che un’immagine venisse impressionata su di un supporto, ovvero per scattare una fotografia. Il titolo “La matita della natura” è significativo per l’interpretazione del termine fotografia, che l’autore intende come vera e propria scrittura con la luce.

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L’AUTORE

William Henry Fox Talbot è stato un inventore e uno dei primi fotografi della storia. Vissuto in Inghilterra tra il 1800 e il 1877, ha portato avanti numerosissimi esperimenti sui materiali fotosensibili e sulle possibilità di fermare nel tempo un’immagine. Ha scritto e pubblicato il primo vero e proprio libro di fotografia con le sue celebri 24 tavole (fotografie). É l’inventore del Calotipo, un processo di produzione di immagini basato sul metodo negativo/positivo. Ha acquisito meno fama del celebre Daguerre perché ha proposto il brevetto circa sei mesi dopo quello del Daguerrotipo, procedimento più rapido e di qualità più alta.

 

INDICE

Osservazioni introduttive

Brevi cenni storici sull’invenzione di quest’arte

Tavole da I a XXIV

 

PICCOLI ESTRATTI

“Questa piccola opera che si offre oggi al pubblico è il primo tentativo di pubblicare una serie di tavole o immagini realizzate attraverso la nuova arte del disegno fotogenico, senza il minimo ricorso alla matita dell’artista. Il termine ‘fotografia’ è ormai così conosciuto che una spiegazione potrebbe sembrare superflua; tuttavia, visto che alcuni potrebbero non averne mai sentito parlare, trattandosi di una scoperta molto recente, poche parole di spiegazione possono essere utili. […] Immerso in quei pensieri, mi dissi: come sarebbe bello se queste immagini della natura s’imprimessero da sole, e durevolmente, sul foglio! E perché mai non dovrebbe essere possibile? Mi domandai. […] Questa fu l’idea che mi venne in mente. Non so se ci avessi già pensato in precedenza, tra le mie nebulose elucubrazioni filosofiche, ma penso di sì, perché tutto mi appariva estremamente chiaro. […] Si potrebbe dire che la camera catturi un’immagine di qualsiasi cosa veda. L’obbiettivo è l’occhio dell’apparecchio, e la carta sensibile potrebbe essere paragonata alla retina. […] Accade inoltre, e si tratta di una delle bellezze della fotografia, che lo stesso fotografo si accorga durante un esame più attento di aver captato un gran numero di cose che ignorava. […] Il numero di copie che si possono ricavare da ogni singola immagine fotografica originale è pressoché illimitato, a condizione che ogni minima quantità di iodio sia stata eliminata prima di procedere a copiarla; in caso contrario, l’immagine non sopporterà una copiatura reiterata e andrà progressivamente svanendo.”