“La camera chiara” – Roland Barthes

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“Nota sulla fotografia”

UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

“La camera chiara” è una raccolta di riflessioni scritte da Roland Barthes tra Aprile e Giugno 1979. La prima cosa che si percepisce dalle sue parole è che questo libro, focalizzato sul tema della fotografia, non è stato scritto da un fotografo, da lui definito Operator, bensì da un cosiddetto Spectator, ovvero da colui che fruisce l’immagine, che, se fotografato, diviene Spectrum. La fotografia del primo è legata all’ordine fisico, alla formazione dell’immagine attraverso un dispositivo ottico; quella del secondo all’ordine chimico.

Il libro, scorrevole e simpatico, è una lettura leggera e consigliata a tutti per la semplicità e la chiarezza comunicativa dell’autore che cita fotografi e fotografie riportando quasi sempre lo scatto al quale fa riferimento. Le riflessioni sono raccolte in due grandi capitoli suddivisi in paragrafi numerati continuativamente all’interno di tutto il libro, di cui si scoprono i titoli solo a fine lettura, una volta arrivati all’indice.

Nella prima parte l’autore cerca una definizione di Fotografia. Ci spiega immediatamente i concetti di Operator, Spectator e Spectrum, per poi parlare delle fotografie che ama, spiegando che queste hanno tutte in comune un ‘punctum’ ovvero un particolare pungente che fa scattare qualcosa dentro di lui. Il punctum non ha a che fare con l’arte del fotografo o con la sua bravura tecnica, ma con la condizione di presenza del fotografo in un determinato luogo e con la capacità della macchina di trascrivere tutto ciò che è stato inquadrato. È quindi un aspetto non intenzionale della fotografia, che potremmo definire una traccia dell’inconscio tecnologico. (Se non sai cos’è l’inconscio tecnologico clicca qui)

Nella seconda parte Barthes si focalizza su una fotografia in cui è ritratta la madre ormai defunta, da bambina: ‘Giardino d’Inverno’, trovata rovistando tra alcune immagini. Si dimostra convinto che questa – differentemente da tutte le altre – effettivamente rappresenti l’interezza e l’assolutezza della madre. Sembra, per certi versi, di leggere i pensieri di Antonino, protagonista in ‘L’avventura di un fotografo’ di Italo Calvino, che finalmente ha trovato pace (o forse no).

Il titolo ‘La camera chiara’ si riferisce alla camera obscura, ribaltando il concetto di mistero che si attribuiva un tempo alla quella scatola – che tramite alcune lenti e la luce del sole, permetteva di visualizzare una proiezione della realtà e che con il tempo si è riusciti a fermare su di un supporto – poiché il suo prodotto, la Fotografia, è ciò che di più piatto e impenetrabile esista per la sua chiarezza e forza d’evidenza.

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L’AUTORE

Roland Barthes nasce a Cherbourg, in Bassa Normandia nel 1915. Dopo la morte del padre si trasferisce con la madre a Bayonne, dove trascorre la sua infanzia. Frequenta le scuole medie e il liceo a Parigi. Qui, nel 1935, dopo pesanti problemi di salute, inizia gli studi presso la Sorbona, nella facoltà di Lettere Classiche e fonda il Gruppo di Teatro Antico. Dopo gli studi viene subito incaricato di una cattedra presso il nuovo liceo di Biarritz: la prima di una lunga serie che lo porta fino all’ Ècole Pratique des Hautes Ètudes e al Collège de France. Muore a Parigi nel 1980 investito da un furgoncino. Esponente della corrente strutturalista, Barthes è stato uno dei maggiori saggisti, critici e linguisti francesi del XX secolo.

INDICE

I

II

Fonti

Fotografi citati

Illustrazioni

Vengono qui riportati alcuni titoli dei paragrafi:

1.Specialità della Foto
4. Operator, Spectrum e Spectator
20. Aspetto involontario
28. La Fotografia del Giardino d’Inverno
44.La camera chiara
47. Follia, Pietà

PICCOLI ESTRATTI

“Osservai che una foto può essere l’oggetto di tre pratiche (o tre emozioni, o tre intenzioni): fare, subire guardare. L’Operator è il Fotografo. Lo Spectator, siamo tutti noi che compulsiamo, nei giornali, nei libri, negli album, negli archivi, delle collezioni fotografiche. E colui o ciò che è fotografato è il bersaglio, il referente, sorta di piccolo simulacro, di ediòlon emesso dall’oggetto, che io chiamerei volentieri lo Spectrum della Fotografia, dato che attraverso la sua radice questa parola mantiene un rapporto con lo <<spettacolo>> aggiungendovi quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto.”

“Purtroppo, sotto il mio sguardo, molte foto sono inerti. Ma anche fra quelle che ai miei occhi hanno una qualche esistenza, la maggior parte non suscita in me che un interesse generico e, se così si può dire, educato: in esse non vi è alcun punctum: esse mi piacciono o non mi piacciono senza pungermi: sono investite unicamente dello studium. Lo studium è il vastissimo campo del desiderio non curante, dell’interesse diverso, del gusto incoerente: mi piace / non mi piace, I like / I don’t.”

“Così, solo nell’appartamento nel quale era morta da poco, io andavo guardando alla luce della lampada, una per una, quelle foto di mia madre risalendo a poco a poco il tempo con lei, cercando la verità del volto che avevo amato. E finalmente la scoprii. Era una fotografia molto vecchia. Cartonata, con gli angoli smangiucchiati, d’un color seppia smorto, essa mostrava solo due bambini in piedi, che facevano gruppo, all’estremità d’un ponticello di legno in un Giardino d’Inverno col tetto a vetri. Mia madre aveva allora (1898) cinque anni, suo fratello sette. […] Osservai la bambina e finalmente ritrovai mia madre.”