La bellezza della verità – Lisetta Carmi

TESTO DI DONATA SASSO

Lisetta Carmi nasce nel 1924 a Genova. Trascorre i primi tredici anni in una zona di campagna, dove cresce a contatto con la natura assieme ai suoi fratelli. Successivamente si trasferisce con la famiglia in città, nella sua amata Genova, dalle cui scuole viene ripetutamente cacciata in quanto ebrea.

Studia per molto tempo pianoforte e all’età di trentasei anni lascia la musica e casualmente entra nel mondo della fotografia.

Il percorso espositivo della mostra a lei dedicata comincia con la proiezione di una registrazione audiovisiva: un’anziana signora sta parlando, seduta sulla poltrona dove ama passare il tempo in silenzio e pensare, risponde alle domande che le vengono poste ed introduce alla mostra. È tanto gracile quanto piena di vita, si piega in avanti verso l’intervistatore nel tentativo di sentirlo meglio, spiega il suo percorso e la sua storia.

Con i grandi occhi blu sembra uscire dal filmato, prenderti la mano per accompagnarti con tenera lentezza e spiegarti scatto dopo scatto tutto il percorso, sembra che sia lì presente ad indicare le foto con l’indice tremolante e ad arricchirle con un sacco di ricordi, di dettagli minuziosi e inquadramenti storico-politico-sociali fondamentali per cogliere in toto l’esposizione.

Ci tiene tanto a sottolineare che ha fotografato per capire. Nessuno scatto è affidato al caso: fissa sulla pellicola le questioni che le stanno a cuore. Si interroga, cerca le risposte scattando. Indaga, arriva a conoscere il mondo e sé stessa, ma non solo: 

ritiene che tramite la fotografia si possa parlare più profondamente di quanto non lo si possa fare con l’ausilio delle parole.

 Le sue foto si rivelano sempre molto espressive. Non ha mai avuto un aiutante, si occupa di tutto il processo: dallo scatto, allo sviluppo e infine alla stampa.
L’amore per la cultura e per la storia degli esseri umani si riflette in ogni suo scatto. Difficilmente fotografa paesaggi, il suo soggetto preferito è l’umanità, in particolare ritiene i bambini i veri maestri da cui dovremmo imparareAlcune fotografie molto toccanti sono proprio quelle che catturano i bambini nella quotidianità dei campi profughi palestinesi. Lisetta spiega che la questione le è molto vicina: è ebrea, viaggia spesso in Israele e si sente profondamente rattristata dal modo in cui gli arabi trattano i bimbi palestinesi. Ci racconta anche dei suoi viaggi in Oriente: passa molto tempo in Afghanistan, paese che trova meraviglioso ma che ritiene ormai irrimediabilmente distrutto, e in India, dove fotografa scuole molto belle e molto povere, i piccoli sono seduti sulla terra e disegnano o scrivono con rametti secchi sul suolo. Ci parla con gli occhi pieni d’amore del suo amico Babaji, un ragazzo indiano affascinato dalla fotografia.
Nel 1964 realizza un progetto fotografico sul Porto di Genova dove mette in luce le fatiche e la scioccante la realtà con cui si confrontano i lavoratori ogni giorno, sorridendo ci racconta di come si è intrufolata all’interno di questo posto, che aveva un accesso molto limitato, fingendosi parente di un ragazzo che lavorava lì.                 
Nel 1965 si dedica ad un interessantissimo servizio sui travestiti.

Da un lato la sua profonda esperienza e il lavoro che ha raccolto ci aiutano a capire questa piccola realtà, dall’altro è proprio questa realtà ad aiutarla a capire sé stessa e il mondo:

realizza che non esistono uomini o donne, che si può parlare unicamente di esseri umani; si ricorda che da piccola era la prima ad essere un maschiaccio, cresciuta con tre fratelli maschi in campagna. Inizia un rapporto che pian piano si stringe sempre più con questi ragazzi, che arrivano a confidarsi con lei, nella quale vedono una persona che li capisce e che li aiuta. Passa tantissimo tempo con loro e questo suscita molto scandalo, tanto da far attivare le ricerche anche da parte delle forze dell’ordine.  Il suo amico Elvio Fachinelli, psicologo e psichiatra, la aiuta nelle interviste e nei servizi.
Nel 1968 Tullio Servilli la invita a presentare il suo lavoro al Festival dei Popoli. La mostra è allestita in una camera privata perché il tema delle fotografie è molto particolare. La reazione degli osservatori, fondamentalmente medici, è di shock e scandalo. Servilli prende le sue difese e sgrida pesantemente i medici: riconosce il coraggio di Lisetta nel rapportarsi ad un ambiente comunemente ritenuto di disgraziati, nell’essere riuscita a rapportarsi e a fotografare i travestiti con amicizia. L’Italia era arretrata in quel periodo e lei è sempre un po’ controcorrente, va continuamente alla ricerca di soggetti ed eventi fuori dal convenzionale e da ciò che nell’Italia di fine Novecento è ritenuto normale.
Partecipa ad una serie di eventi, convegni, congressi, spesso organizzati dal suo amico Elvio Fachinelli. Tra questi ricordiamo il Congresso di Psicanalisi a Roma nel 1969 e il Convegno del Teatro Nuovo a Torino.
Un progetto fotografico interessante è quello intitolato ‘Erotismo e autoritarismo’, nel quale ci parla delle famiglie aristocratiche ottocentesche genovesi, che avevano l’abitudine di costruire tombe rappresentanti i volti dei defunti con accanto sculture di donne nude, in particolare fotografa il Cimitero di Staglieno. Questi monumenti funebri sono molto particolari, forse troppo per il Giornale Italiano che nonostante trovi il lavoro interessante si rende conto che i suoi lettori potrebbero essere scandalizzati dagli scatti forti e fuori dal comune. Lisetta ci parla della morte, i suoi occhi sono dello stesso blu e della stessa potenza espressiva di quando ci parla della vita. Non ha paura della morte, ce lo dice con chiarezza.
Il servizio su Ezra Pound è composto da dodici fotografie, selezionate tra le venti scattate durante il loro incontro, che riassumono perfettamente il poeta, la sua grandezza, la sua triste vecchiaia. Non necessitano di didascalie, è lei stessa a dircelo, nonostante sia la prima a spiegare che, in generale, le fotografie devono essere completate con una didascalia per poterle comprendere veramente. In questo caso si tratta di una eccezione, sembra quasi che tramite l’apparecchio fotografico, in pochi minuti e in pochi scatti sia riuscita a catturare l’essenza dello scrittore.
Lisetta riesce a fondere le sue due grandi passioni, musica e fotografia, all’interno del lavoro sull’interpretazione fotografica del ‘Quaderno musicale di Annalibera’ di Luigi Dallapiccola, una raccolta di undici brani che il musicista dedica alla figlia.

Il processo creativo dell’opera è esso stesso arte: inventa una tecnica che tramuti il significato musicale in grafico e la applica ad ogni pezzo.

Si serve di un negativo, lo espone alla luce solare facendolo quindi diventare nero e lo graffia seguendo i segni che nella mente corrispondono alla musica. In questo particolare progetto il risultato finale risulta interessante da un punto di vista estetico compositivo, ricorda molto l’astrattismo europeo, ma ciò che è davvero geniale è il tentativo di collegare le discipline della musica e della pittura per arrivare ad un nuovo tipo di comunicazione che restituisca allo stesso tempo suono e visione. All’interno della mostra non si coglie a pieno la grandezza di questo lavoro, esso risulta incompleto forse perché per comprenderlo a fondo è necessario ascoltare i brani a cui l’artista fa rifermento, per avere poi la possibilità di associare il suono al segno anche senza il brano in sottofondo, o il segno al suono solamente ascoltando il pezzo.
Nonostante Lisetta si avvicini al mondo della fotografia molto tardi, all’età di trentasei anni, e fotografi per circa vent’anni, il suo lavoro sembra essere durato molto di più:

negli anni di attività corre da una parte all’altra dell’Italia e del mondo per non farsi sfuggire mai nulla,

ha tantissimi interessi che spaziano dalla politica, al teatro, alla musica, alla vita di tutti i giorni. Fotografa tantissimo, produce tantissimo e pubblica, partecipa, fonda, crea, non si stanca mai. Ancora oggi guardando i suoi occhi blu si percepisce che l’energia e la curiosità è la stessa degli anni ‘60, ma purtroppo è arrivato per lei il momento di scontrarsi con i limiti del corpo. Ci saluta e torna a sedersi con fatica sulla sua amata poltrona.

Arrivederci Lisetta.