“Fotografia e inconscio tecnologico” – Franco Vaccari

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UNA RECENSIONE DI DONATA SASSO

TRAMA

In ‘Fotografia e inconscio tecnologico‘, Franco Vaccari analizza a fondo il significato di inconscio e di inconsci e come questi incredibilmente siano collegati alle attività umane, di conseguenza quindi alla fotografia e alla produzione di immagini. Alcune riflessioni su l’immagine fotografica, in particolare su l’interpretazione di questa come esternalizzazione del proprio io, sono estremamente forti e quasi sconvolgenti. Ed è così che il testo ci cattura, da un lato nasce la voglia di leggerlo tutto in un fiato solo per scoprire quali altre idee l’autore ha buttato giù, dall’altro si potrebbe spaziare all’infinito e fermarsi a ragionare su ogni singola frase.

Il concetto che sta al centro del testo è che viene sviscerato capitolo dopo capitolo, ovvero l’esistenza di un inconscio tecnologico, proprio della macchina fotografica è sicuramente fortemente collegato all’ inconscio ottico di cui ci parla Walter Benjamin. L’inconscio ottico di Benjamin ha polarità sull’uomo, quello tecnologico di Vaccari sulla macchina. I due non sono quindi antitetici ma due facce di una stessa medaglia, ovviamente Vaccari era ben consapevole delle idee di Benjamin e molto probabilmente le sue prime riflessioni su l’inconscio partono proprio dalla lettura delle teorie di questo, e lo portano ad approfondire la questione fino a crearne una nuova. Differentemente l’idea di inconscio ottico nasce in Benjamin attraverso lo studio e l’analisi della storia della fotografia, e delle dinamiche storico sociali che la sua nascita ha inevitabilmente portato con sé.

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L’AUTORE

Franco Vaccari nasce nel 1936 a Modena, studia Fisica presso il Politecnico di Milano e contemporaneamente coltiva le sue passioni per la fotografia, per l’arte e per la comunicazione ed i suoi mezzi, che lo porteranno a diventare a diventare un poeta visivo. Oggi è un artista, un fotografo e un teorico di entrambe queste discipline.  La sua più famosa opera, nota a livello internazionale è ‘Esposizione in tempo reale n.4, lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio’’ realizzata per la XXXVI Biennale di Venezia, dove ha esposto numerosissime volte le sue opere. Ha scritto e pubblicato diversi libri tra cui ricordiamo ‘‘Duchamp e l’occultamento del lavoro’’ e ‘‘Duchamp messo a nudo. Dal ready -made alla finanza creativa”.

INDICE

Introduzione di Roberta Valtorta

L’inconscio tecnologico

Struttura dell’immagine fotografica

L’inconscio ottico di Benjamin

La fotografia e lo sfruttamento delle ‘Ottiche storiche’

Interdizione, spreco, difesa

Fotografia e potere

Fotografia e pornografia

Fotografia e arte. Il pittorialismo e l’A-foto

Tecniche di rassicurazione

Mercato della fotografia e controllo del segno

Fotografia e parola

Fotografia e ready made

Reazioni all’invasione del campo di attenzione

Archeologia dello sguardo

Esposizione in tempo reale n.4: lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio

La discarica dei rifiuti: un modello dell’attuale situazione dell’informazione

La fotografia: un incunabolo

La fotografia tra teologia e tecnologia

Apollo e Dafne: un mito per la fotografia

Maschere, foto ritratti, identikit

PICCOLI ESTRATTI

“L’aspetto veramente oggettivo dell’immagine fotografica risiede nella sua coazione a trattare uniformemente il reale, nella sua insensibilità per l’esistenza di graduatorie nei segni; come le presse sono indifferenti alla marca delle automobili da schiacciare e il risultato è comunque un parallelepipedo di metallo, così la macchina fotografica, qualunque sia il soggetto, l’organizza entro le dimensioni del fotogramma”

“Fino ad oggi la fotografia ha rappresentato l’attività in cui si realizzava il massimo di valore d’uso e il minimo di valore di scambio; questo spiega che la coscienza inquieta e il senso di colpa che sempre ha accompagnato la sua pratica e le oscillazioni dell’autopercezione tipica dei suoi cultori.”

“Di tutti gli elementi che erano caratteristici dell’immagine prodotta manualmente quello che si riferisce all’abilità è stato forse il più ridicolizzato della fotografia. Questo mettere in cortocircuito l’elemento <<abilità>>, il suo eluderlo in modo praticamente totale, ha fatto saltare una delle garanzie che il segno doveva presentare per diventare oggetto d’attenzione. Da questo punto di vista il problema posto dal segno fotografico è analogo a quello che pone la produzione artistica di Duchamp e in particolare i suoi ready-made”

“Che rapporto esiste tra la macchina fotografica, che organizza le immagine secondo le regole della prospettiva rinascimentale, e le nostre vite di abitatori di condomini, consumatori coatti di informazioni planetarie manipolate?”

“Se da un lato c’è una sproporzione fra il significato simbolico del fotografare e la nostra condizione, dall’altro ci troviamo a poter disporre di una quantità smisurata di immagini. Se i documenti scritti hanno dato luogo alla nascita della Storia, che può essere vista come una organizzazione prospettica del Tempo, un eccesso di documenti può portare a una sua dissoluzione; è quello che la proliferazione di immagini, innescata dalla fotografia, sta producendo.”