La casa dell’uomo

TESTO DI CLAUDIA ANGARANO,  FOTOGRAFIE DI FILIPPO FERRARESE.

Il cimitero è la metafora della casa. La casa dell’uomo oltre la condizione terrena.

E, come la casa, è un luogo protetto, riferito all’idea del recinto come elemento che identifica un luogo e lo preserva a un tempo.

A partire dal senso del luogo, il cimitero di Voghera di Antonio Monestiroli interpreta il tema in maniera significativa.
Una grande corte è la forma espressiva del duplice carattere legato al sentimento dei morti. Uno più
domestico che riguarda in misura individuale la memoria di chi gli era vicino, l’altro legato alla collettività
che riconosce nella comunità dei morti una parte di sé.

E ancora come nella casa, questo ‘doppio’ si distingue e svolge due ruoli diversi ma entrambi necessari.
L’edificio al suo interno dà forma al rapporto privato con la tomba dei propri cari, mentre la corte racchiusa
e aperta sulla strada stabilisce il rapporto con la memoria collettiva e diventa un luogo della città.
Lungo i bracci della corte lapidi bianche in pietra, con una unica croce incisa, si stagliano su muri in mattoni rossi. Queste si ripetono, sempre uguali a sé stesse, per segnalare una presenza in quel punto.
Alle lapidi non si accede direttamente perché il muro che le sostiene è separato rispetto allo spazio aperto da un velo d’acqua che corre lungo i lati della corte. In questo modo, stando sull’isola che si forma al suo interno ci si trova davanti a una quinta urbana che mette in scena il carattere del luogo, di cui – come nel caso del tumulo loosiano – riconosciamo la solennità.

Le fotografie di Filippo Ferrarese provano a raccontare il progetto, le sue forme e le sue ragioni. Ma ci mostrano anche che questi luoghi devono essere “custoditi”. Prendersene cura è un atto di civiltà.

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