“Architetture, città, visioni” – Gabriele Basilico

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“Riflessioni sulla fotografia.”

TRAMA

In questo libro sono brevemente raccolte le riflessioni dell’autore e fotografo Gabriele Basilico che affronta in maniera sintetica e brillante tutto il suo percorso: dalle pulsioni studentesche, alla progressiva presa di consapevolezza e crescita fino alle conclusioni più mature. Ci accompagna nell’immaginario dei suoi progetti fotografici, ci spiega i suoi riferimenti, i suoi maestri, le sue piccole e grandi imprese, i suoi interessi e studi portati avanti attraverso gli scatti. Il libro consente da un lato di approfondire la splendida personalità di Basilico, dall’altro di riflettere su
alcune questioni centrali di architettura e fotografia di architettura che
accompagnano queste materie da sempre.

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L’AUTORE

Gabriele Basilico è stato uno dei più importanti Fotografi dell’Architettura italiani noti a livello internazionale. Nasce a Milano nel 1944 e si laurea in Architettura presso il Politecnico. Abbraccia prestissimo la passione per la fotografia a cui si dedica completamente appena terminati gli studi. In particolare si focalizza sui paesaggi industriali, sulle aree urbane ed extraurbane. I suoi scatti sono stati esposti in tutto il mondo, ha partecipato a numerosissimi progetti fotografici con altri autori importanti e pubblicato più di cinquanta libri fotografici personali. La sua carriera si
interrompe nel 2012 a causa di una grave malattia che combatte fino al 2013, anno in cui si spegne.

INDICE

La formazione, il Politecnico, l’architettura, Aldo Rossi.

La scoperta della fotografia attraverso i libri, gli esordi.

Milano ritratti di fabbriche.

La transazione. Gli anni ottanta e il ritorno al paesaggio.

Bord de Mer: guardare le cose e oltre.

Porti di Mare.

Beirut e la pelle della città.

La tecnica del rabdomante.

Lungo il paesaggio italiano.

Il corpo della città e dentro la città interrotta.

L’agopuntura, la forma delle città fra tempi e modi dello
sguardo e dell’immagine.

Appunti di viaggio fra storie e città.

Architetti e fotografia, architettura e fotografia.

Lo spazio (e il tempo) dell’immagine. Conclusioni?

PICCOLI ESTRATTI

“Nel 1963 quando, timidissimo, frequentavo i primi corsi alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, la fotografia non faceva ancora parte dei miei progetti per il futuro. […]

Credo che per me, come per molti altri le cose siano cambiate davvero dopo il ’68: l’interesse per il sociale aveva sostituito quello per l’architettura In quel periodo ho iniziato, quasi per caso, a fare fotografie. Con alcuni compagni avevamo aperto un piccolo studio in via Brera 17, di fronte all’Accademia delle Belle Art e al bar “Giamaica”, cercando di improvvisare la professione di architetti. [..]

Non sapevo quale sarebbe stato il mio futuro, ma l’idea di fare il fotografo mi seduceva davvero molto.  Così, dopo la laurea in architettura e il relativo esame di stato, ho preso la decisione di iscrivermi all’albo degli artigiani come fotografo. Quando ho iniziato, non esistevano scuole di fotografia né workshop, non c’erano gallerie specializzate né musei o centri dedicate che studiassero e  romuovessero la fotografia e la sua storia. Anche conoscere o potersi confrontare con autori importanti era difficile.  Non era facile, quindi, costruirsi un futuro come fotografo. […]

Tornando a Walker Evans, penso sia stato il mio vero e grande maestro segreto, un riferimento etico ed estetico che ha molto influenzato il mio lavoro. […] La sua è una fotografia senza enfasi, diretta e controllata, apparentemente molto semplice, con una profondità storica incredibile, con “uno sguardo equo”: una grande lezione di arte e di umanità. […]

Il lavoro era in bianco e nero, per omogeneità e soprattutto per coerenza con la mia esperienza. Il bianco e nero mi sembrava uno strumento più utile e collaudato per raccontare, oltre che più astratto e meno sensibile all’evento, come è invece il colore, che rischia di esasperare o sovrinterpretare il reale.[…]

Non penso di fotografare il vuoto nel senso di una mancata presenza, ma fotografo il vuoto come protagonista di se stesso, con tutto il suo lirismo, con tutta la sua forza, con tutta la sua umanizzante capacità di comunicazione, poiché il vuoto nell’architettura è parte integrante, persino strutturale del suo essere. […]

Lo spazio è geografia, storia e immaginazione. Nella rappresentazione fotografica lo spazio è documento, testimonianza oppure interpretazione, trasfigurazione. A volte tutte le cose insieme […]”